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27 ago 2010

NON CREDETE CHE ORA DI PRENDERLA CON FILOSOFIA......E ALLORA PAUSA "CREATIVA".....E' VERAMENTE DA VEDERE



IL COMMENTO:
E' GENIALE, DIVERTENTE, SIMPATICO, STUPIDO COME NESSUNO.....IN UNA PAROLA: FA-VO-LO-SO!

QUANDO FELTRI PICCHIAVA SU BERLUSCONI


Storia di una prima vita da feroce antiberlusconiano

di Massimo Fini

A scartabellare vecchi giornali viene il magone, soprattutto se vi si è lavorato, ma si trovano a volte delle cose divertenti oltre che istruttive. Leggete qui.
"Diconsi quattordici anni. Durante i quali la Rai ha mantenuto gli antichi privilegi (canone, diretta, deficit ripianato dallo Stato) e la Fininvest ne ha scippati vari per sé, complici i partiti, la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci, con la loro stolida inerzia, e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi' cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente.
Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura in un soprassalto di dignità e che invece in italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Niente. Non soltanto non sono morti, ma sono ancora lì, in piena salute, a far danni alla collettività, col pretesto di curarne gli interessi, interessi che sarebbero gli stessi, secondo loro, del dottor Silvio di Milano due, il quale pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perchè non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il Bollettino dei naviganti e la Gazzetta Ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia? Poichè nemmeno il garofano, pur desiderandolo, ha osato chiedere tanto per l'amico antennuto, cosa che avrebbe impedito ogni spartizione per esaurimento del materiale da spartire, eccoci giunti allo sgradito momento della resa dei conti: il varo dei capolavori di Mammì, che non è il titolo di una canzonetta, ma il ministro delle Poste, colui che ha scritto sotto dettatura il testo per la disciplina dell'etere (L'Europeo, 2 agosto 1990).

QUANDO VITTORIO FACEVA L'ANARCHICO
Di chi è questa prosa scintillante e allegramente e ferocemente antiberlusconiana e anticraxiana? Di Vittorio Feltri. Era quello il Feltri che amavo, anarchico di destra, certamente, ma sul quale non era ancora passato il berlusconismo, col quale ho vissuto due stagioni straordinarie all'Espresso e all'Indipendente. Siamo due calciatori che hanno lo stesso linguaggio tecnico, anche se il ruoli diversi, e che si intendono a meraviglia. Anche quando lasciò l'Indipendente per il Giornale, e io l'avevo trattato ripetutamente da "traditore", da "canaglia", da "furfante" (e lui è permalosissimo come una donna) tutte le volte che ho avuto bisogno di piazzare un pezzo che nessun altro giornale avrebbe osato pubblicare ho chiesto ospitalità a Feltri. Perchè tutto si può dire di Vittorio tranne che non abbia l'intuitaccio del giornalista, quello delle Fallaci, dei Montanelli, dei Malaparte, insomma dei grandi e dei grandissimi del nostro mestiere.
La stagione veramente indimenticabile è stata quella dell'Indi. Nel giro di un anno e mezzo, dal marzo del '92 all'autunno del '93, passammo, sotto la sua direzione, dalle 19500 copie cui l'aveva lasciato l'ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi alle 120mila, una cavalcata che non ha precedenti nella storia del giornalismo italiano (speriamo che il record possa essere superato dal Fatto, che per molti versi, anche se qualcuno storcerà il naso, si apparenta a quell'Indipendente. Travaglio dice che ci siamo vicini, ma sull'entusiasmo di Marco bisogna fare sempre un pò di tara).

L'AVVENTURA DE "L'INDIPENDENTE"
Gli inizi furono difficilissimi. Si diceva che il giornale avrebbe chiuso ad aprile, dopo un mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. E sia Feltri che io, quando stavamo ancora all'Europeo, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti, con Giorgio Bocca,a guardare il fenomeno Lega con quell'attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà senza pregiudizi e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in "pole position". La vittoria della Lega scatenò Mani Pulite e Mani Pulite scatenò l'Indi, anche perchè gli altri giornali, tutti compromessi col vecchio regime, avevano il treno a mano tirato. Inoltre, con la caduta della Prima Reubblica, molti lettori avevano aperso i loro punti di riferimento e venivano da noi. Così potevamo scrivere le cose che gli piaceva sentirsi dire ma anche le cose che non gli piaceva sentirsi dire. Il giornale era tendenzialmente liberista ma io vi scrivevo i miei pezzi anti-mercato e antindustrialisti e questo portava un altro tipo di lettori. Arrvarono editorialisti da ogni dove, di destra e di sinistra. Fare parte del giro dell'Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò magistralmente questa polifonia di voci. Il giornale manteneva una sua fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore, che si era inventato il "feltrismo". Davanti a noi si stendevano praterie. Se Montanelli veniva via dal Giornale (col quale eravamo già in fase di sorpasso), come pareva inevitabile, ci sarebbero arrivati altri 30 o 40mila lettori senza colpo ferire. Feltri si lamentava che Zanussi non era un vero editore, che non capiva nulla, che non gli dava i rinforzi necessari. Io replicavo che l'assoluta libertà di cui godevamo (quando fu arrestato l'amministratore del nostro giornale sparammo la notizia in testa alla prima pagina) era un "fattore del prodotto" più importante dei rinforzi. Eravamo un pò sgangherati, certo, ma liberi.
E questo il lettore lo percepiva e ci passava sopra. Insomma, per parafrasare l'Hemingway di Festa mobile, quelli erano "i bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici". E lo era anche Vittorio che pur, di suo, ha una natura profondamente melanconica.

LA TENTAZIONE DEL "GIORNALE"
Ma qualcosa cominciò a scricchiolare già nell'agosto del '93 quando Feltri mi invitò a cena e mi pose la terrificante domanda: "Se vado al Giornale vieni con me?". Cercai di spiegargli che era un errore, sia in termini generali sia per lui (cosa che successivamente, dopo che ad ogni incontro lo ulceravo con questa questione, ha finito, sia pur a denti stretti, per ammettere). Finimmo quella cena un pò brilli di vino bianco e col suo grido: "In culo al Berlusca, restiamo all'Indi!". Questa scena si ripetè almeno altre due o tre volte. Il giorno dopo l'ultima, conclusasi con lo stesso rituale, firmava per Berlusconi. Dopo è cambiato tutto. Era stato un fan senza riserve di Antonio Di Pietro (che chiamava affettuosamente "Tonino") e di Mani Pulite, con eccessi, lui sì, forcaioli, e divenne nemico acerrimo della Magistratura. Non c'era errore vero o presunto, di magistrato che fosse stato commesso pure in Nuova Zelanda (non dico per dire, c'è stato anche questo) che non fosse sbattuto in prima pagina con critiche feroci e sarcastiche. Divenne un "garantista" a 24 carati (salvo dimenticarsi bellamente di ogni garantismo ora che, per ragioni di scuderia, ha scatenato la "caccia all'uomo" nel confronti di Gianfranco Fini). Era stato un sostenitore appassionato della Lega e le voltò da un giorno all'altro le spalle quando Bossi nel '94 abbattè il governo Berlusconi con quello che resta il suo miglior discorso in Parlamento. Mi ricordo che dopo quell'avvenimento ci trovammo insieme a un dibattito a Bergamo con una platea zeppa di leghisti che lo attaccavano pesantemente come "traditore" e "voltagabbana".

LA SECONDA VITA DA CRAXIANO
Io lo difesi a spada tratta ricordando a quella gente che comunque aveva un debito di riconoscenza con Feltri che aveva difeso la Lega in tempi difficili. E Vittorio, di nascosto, sotto il tavolo, mi prese la mano in segno di riconoscenza. Era anticraxiano e, in omaggio ai trascorsi del Capo, divenne filocraxiano. Insomma nella seconda parte della sua vita ha sconfessato tutta la prima. Uno sfacelo.
Io ho affetto per Vittorio Feltri e lo considero il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio precedenti. E mi fa male al cuore vederlo ridotto a un pitbull di Berlusconi, senza una vera ragione (perchè Feltri, checchè se ne pensi, non è un vero cinico, alla Giuliano Ferrara per intenderci), vederlo sprecare il suo grande talento per un uomo ce non lo merita e non lo vale. Ma così è. Così è la vita che ti costringe, via via, a lasciare anche i compagni che ti sono stati più cari.

22 ago 2010

"CARI BERLUSCONI E PREVITI, SIETE QUERELANTI O DELINQUENTI?"


di Massimo Fini

L'Italia è proprio un curioso Paese. Privo, oltre a tutto il resto, di memoria, soprattutto nella sua classe dirigente, politica, intellettuale e giornalistica, come dimostra anche il turibolante e totalitario elogio funebre tributato a Francesco Cossiga pur risalendo le sue malefatte a epoca relativamente recente e quasi tutti vivi i testimoni del tempo. Adesso che è in ballo il tinello del presidente della Camera tutti, non solo i "finiani", ma anche i giornali di sinistra, compreso il nostro, "scoprono" il colossale raggiro che Silvio Berlusconi, in combutta con Previti, operò, nei primi anni '70, ai danni della marchesina Annamaria Casati Stampa scippandole, per un tozzo di pane, la villa di Arcore (3500 metri quadrati), i Tintoretto, i Tiepolo, i Luini che la arredavano, un parco di un milione di metri quadrati e un immenso terreno di 2.466.000 (duemilioniquattrocentosessantaseimila) metri quadrati nel comune di Cusago (alla cifra di 500 milioni di lire). Di tutte le nefandezze attribuite a Berlusconi questa è, dal punto vista morale, la più ripugnante e grave. Qui infatti non ci troviamo di fronte ad un imprenditore che pur di mandare avanti la sua azienda si muove ai limiti della legalità e ogni tanto li oltrepassa, unge le ruote, paga qualche mazzetta ai finanzieri, gonfia le fatture per sfuggire al Fisco e precostituirsi fondi neri e magari, in seguito, corrompe un testimone per salvarsi dalle inchieste della magistratura, tutte cose che (corruzione di testimoni a parte, almeno spero) fanno parte di un collaudato malcostume imprenditoriale ma che sono così generalizzate ed entrate nella consuetudine della società italiana da non essere più percepite nella loro reale gravità. Qui ci sono due figuri che approfittano di una ragazzina, all'inizio della vicenda minorenne, diventata improvvisamente orfana di padre e di madre nel più traumatico dei modi. Al marchese Casati Stampa piaceva infatti guardare la bella moglie mentre se la faceva con dei giovani amanti. Ma un giorno, nel 1970, il gioco pericoloso gli sfuggì di mano. La donna si innamorò di uno di questi amanti occasionali e il marchese, pazzo di gelosia, uccise la moglie, il giovane e poi si suicidò. Per sfuggire all'enorme scandalo e ritrovare un pò di serenità Annamaria riparò in Brasile. E così Previti, che della giovane era stato protutore, e Berlusconi ebbero mano libera.

L'INCHIESTA DI "GENTE"
Ma la cosa curiosa, diciamo così, è che la vicenda della villa di Arcore e annessi era nota e pubblica già nel novembre 1994. L'aveva raccontata e documentata, in modo accuratissimo, un coraggioso giornalista di Gente (per la verità sarebbe stettato a cronisti di altro tipo di giornale fare inchieste di questo genere), giovanni Ruggeri, che le "vispe Terese" di oggi non hanno nemmeno la buona creanza di ricordare, in un capitolo del suo libro ("Gli affari del Presidente") intitolato "Il grande imbroglio". Solo l'Espresso riprese la vicenda. Berlusconi, allora presidente del Consiglio, non mosse orecchia. E non la muoverà mai (lo aveva fatto preventivamente quando La Notte, intervistando Ruggeri, aveva dato alcune anticipazioni, con una telefonata minacciosa al direttore, Pero Giorgianni, urlandogli: "Io la riduco in povertà". E Giorgianni aveva risposto: "Non può, presidente. Sono già povero"). Previti, ministro della Difesa, aveva annunciato una querela. Poi tutto era caduto nel dimenticatoio. Fui io, sei mesi dopo, a riportare a galla la vicenda della villa di Arcore quando mi capitò fra le mani per caso, il libro di Ruggeri (in genere non sono appassionato di questo tipo di pubblicistica) e lessi quella sconvolgente storia. SCrissi un fondo, sull'Indipendente, intitolato "Cari Berlusconi e Previti, siete querelanti o delinquenti?". (L'Indipendente, 5/6/1994. L'articolo, se interessa, è disponibile nel mio ultimo libro "Senz'anima", del maggio di quest'anno). Vi raccontavo per filo e per segno la storia, riprendendola da Ruggeri, e chiedevo a Berlusconi e Previti se avessero querelato il collega che li aveva così infamati (in realtà sapevo benissimo che non l'avevano fatto) perchè "la cittadinanza non può essere lasciata nel dubbio che un ex presidente del Consiglio, candidato a ridiventarlo, e un ex ministro della Difesa siano dei truffatori, dei delinquenti, dei criminali di diritto comune. Aspettiamo fiduciosi una risposta". Berlusconi, al solito, rimase silente. Previti pure. SCrissi un secondo fondo ripetendo la domanda. Previti rispose con un fax contorto e ingarbugliato,dove, giocando sui gerundi, non faceva capire se avesse o no proposto querela. Infine a un mio terzo fondo, tirato per i capelli e solo in quel momento (erano passati sei mesi dalla pubblicazione del libro) si decise ad agire contro Ruggeri, contro l'Espresso e contro di me. Ma non con una querela penale con cui da che mondo è mondo (pardon: fino ad allora) si tutela la propria reputazione e che vuole l'accertamento della verità dei fatti, ma con un'azione civile di danno per diffamazione dove il focus è soprattutto sul danno e anche un ladro chiamato ladro può essere danneggiato se ciò è avvenuto "in termini non continenti". Così vuole la nostra legge. Il tribunale civile di Roma, con sentenza del 3/12/1999, assolve Ruggeri e L'Espresso avendo ritenuto il giudice, Franca Mangano, "non contestabile la sostanziale veridicità, quanto meno putativa" dei fatti raccontati da Ruggeri. Condannò invece me argomentando che poichè la querela è un diritto, e non un dovere, del cittadino, non potevo trarre dalla sua mancata proposizione da parte di Previti (e implicitamente di Berlusconi) le conclusioni che ne avevo tratto.

LA BATTAGLIA GIUDIZIARIA
Io avevo le mani legate perchè ero stato condannato, sia pur con una motivazione abbastanza bizzarra (non potevo trarre conclusioni che lo stesso tribunale riteneva veritiere). Mi stupì però che l'Espresso, che aveva vinto la causa e di questa importanza, non la cavalcasse e rimanesse in silenzio. In quanto a Ruggeri era stato intimidito a tal punto che scrisse un comunicato in cui diffidava chiunque di fare riferimento al suo libro. Il che è, a dir poco, singolare. Del resto lo stesso Ruggeri mi aveva raccontato che quando aveva parlato con la Casati Stampa - che nel frattempo aveva sposato un Donà delle Rose e si era rifatta una vita in Brasile - le era parsa molto timorosa. Aveva paura dei due. Soprattutto di Previti. E la sua testimonianza per rogatoria, resa in Appello, è piena di "non ricordo" assai strani e al limite della reticenza. Io ho fatto appello ed è cominciata una lunghissima causa durata 10 anni, che mi è costata tempo, fatica, denaro, stress, senza che nessun giornale o politico d'opposizione mi venisse di rincalzo, lasciandomi solo in questa battaglia. Finchè la Corte d'Appello di Roma, con sentenza dell'8 ottobre 2008, mi ha assolto avendo ritenuto legittime le domande che avevo posto a Previti e Berlusconi perchè di interesse pubblico. Adesso arrivano gli "antemarcia" del dopo, categoria storica in Italia, e "scoprono" la storia della villa di Arcore. Ho detto, all'inizio, che questo è un Paese che, nella sua classe dirigente, è senza memoria. Non è esatto. Politici e giornalisti dimenticano o ricordano a seconda di comodo, convenienza, momento. Che non è un bel modo di fare politica e tantomeno del buon giornalismo.

21 ago 2010

CARO MARINO, PARLIAMO DI FINI


di Loris Mazzetti

Caro Senatore Marino, mi rovolgo a lei perchè la ritengo uno dei pochi politici non inquinati: per lei buongiorno significa ancora buongiorno. La sento lontana dal dibattito che in questi giorni corre lungo l'intera penisola: tutto è lecito pur di mandare a casa Berlusconi, anche fare squadra con chi è stato l'erede di Almirante che fu ufficiale della Repubblica di Salò, Gianfranco Fini. Più di ogni altro dirigente del Pd lei rappresenta la base, quel popolo straordinario che ancora con grande entusiasmo dà vita alle feste dell'Unità o del Pd. Donne e uomini che in tutti questi anni hanno accettato ogni decisione della classe dirigente. La Cosa uno, poi la Cosa due, dal Pds ai Democratici di sinistra, infine il matrimonio con la Margherita e la nascita del Pd. Hanno continuato a cucinare anche quando hanno capito che il nuovo partito li avrebbe portati a vivere sotto lo stesso tetto con: ex democristiani, socialisti craxiani, industriali, ma anche con ex piduisti, tanti massoni e qualche pregiudicato.

LA TENTAZIONE DEL COMPROMESSO
Molti degli attuali dirigenti vivono nel compromesso da quando hanno governato il Paese, hanno volutamente evitato di realizzare la legge sul conflitto di interessi che avrebbe risolto il problema della nostra democrazia. Le ricordo le parole di Violante pronunciate nel 2003 durante un intenvento alla Camera: "Sin dal 1994 Berlusconi aveva avuto la garanzia che le sue tv non sarebbero state toccate". Quel popolo straordinario di volontari che serve ai tavoli un piatto di linguine allo scoglio e uno di salsiccia alla griglia, rinunciando alle ferie, si chiede perchè nonostante quello che magistrati e giornalisti hanno scoperto del mondo berlusconiano (escort, ricatti di ogni genere, P2, P3, cricche varie, protezioni incivili, corruzione da far invidia a Tangentopoli), per mandare a casa il governo dei Scajola, Verdini, Cosentino, Bertolaso, Dell'Utri, Brancher, il Pd ha bisogno di Gianfranco Fini. Bersani e Letta sono stati chiari, con Fini la nuova alleanza, e se ci saranno anche Casini e Rutelli l'alleanza diventerà santa. A quei compagni che hanno fatto la Resistenza, che credono nella Costituzione, nella giustizia sociale, nella "questione morale" di Berlinguer, nella memoria di Falcone e Borsellino come valore, nella forza della parola di Saviano, nella ricerca della verità che deve essere al primo posto, come giustificherà la scelta della santa alleanza? Citerà Montanelli e il suo "turiamoci il naso"?

LA VIOLENZA DEL GANGSTER
Caro Senatore, lei si rende conto che è a loro che bisognerà spiegare che per sconfiggere Berlusconi è necessario sedersi a tavola, sedia contro sedia, gomito contro gomito, con il cofondatore del Popolo della libertà, che non si chiama Paolo, che non ha viaggiato sulla strada di Damasco e che non è stato folgorato. Fini ha impiegato ben diciassette anni per convertirsi, ha impiegato diciassette anni per convertirsi, ha impiegato diciassette anni per capire che Berlusconi è un plurinquisito, e, per salvarlo dalla galera, si è reso disponibile a votare 39 leggi ad personam. E' stato colluso per diciassette anni con un, come lo ha definito Flores D'Arcais, "gangster al potere". Il presidente della Camera, sta vivendo un periodo difficile (lo strappo da Berlusconi, affari immobiliari da chiarire meglio, le volgarità dei giornali della famiglia del Cavaliere contro la moglie), sta provando sulla sua pelle la violenza del "gangster", come tanti altri prima di lui, in quei casi però, si è girato dall'altra parte e ha fatto la figura della bertuccia: non vedo, non sento, non parlo. Questo sarebbe il futuro alleato da proporre ai volontari delle feste? E' certo che non ci sia un alternativa al metodo Montanelli? Vogliamo parlare dei fatti accaduti nel 2001 al G8 di Genova? Qui neanche una pozione magica è in grado di giustificare la presenza di Fini (allora vice di Berlusconi alla presidenza del Consiglio), nella sala controllo della Questura, mentre la polizia per le strade eseguiva ordini che ricordano il Pinochet degli anni migliori. Ritorniamo alla tavola. Di fianco c'è Fini, e ci stiamo turando il naso, se di fronte capitano alcuni suoi camerati d'avventura come Enzo Raisi (quello che da anni lotta per far togliere dalla lapide, che ricorda le vittime del 2 agosto 1980, la dicitura: "strage fascista") o Fabio Granata (pupillo, insieme con il sindaco Alemanno, di Pino Rauti il fondatore di Ordine Nuovo), cosa consiglia di fare? Non crede che le alleanze potrebbero essere diverse se si ha la volontà di guardare da un'altra parte? Lei potrebbe dare l'esempio cominciando a dialogare con chi ha dimostrato di essere trasparente e senza scheletri nell'armadio, come Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Debora Serracchiani, Giuseppe Lumia, Beppe Giulietti, con il partito di Vendola e Fava, e soprattutto con la società civile che è stanca di assistere agli intrallazzi dei partiti. Forse non ci sarebbe bisogno di una tavola traballante sin dall'inizio e sarebbe una risposta a tutti quelli che da anni aspettano, come Nanni Moretti, che qualcuno dica qualche cosa di sinistra.
nella foto: Loris Mazzetti (giornalista)

20 ago 2010

FAREPASSATO

di Marco Travaglio

Sarebbe facile maramaldeggiare sui finiani di Farefuturo che, a 16 anni dalla cacciata di Montanelli dal Giornale che aveva fondato e non voleva trasformare in quel che è diventato, riabilitano il grande Indro. Facile irridere alla scoperta tardiva della vera natura del berlusconismo, un mix di "dossieraggio, ricatti, menzogna per distruggere l'avversario, propaganda stupida e intontita, slogan, signorsì e canzoncine ebeti". Facile farsi beffe di chi, dal 1994 a oggi, ha scambiato B. per un potenziale "grande politico e statista", un "leader atipico ma liberale". Facile ricacciare questa parte della destra italiana nelle fogne del neofascismo da cui molti suoi esponenti provengono. Facile, ma anche ingiusto. Per diversi motivi.
1) Il brusco distacco, non solo politico ma anche culturale, dal Caimano e dalle sue putride paludi non è roba da voltagabbana a caccia di prebende e poltrone: anzi, se cercassero quelle, i finiani sarebbero rimasti con B., ben protetti dai suoi scudi giudiziari e mediatici, anzichè offrire il petto ai suoi killer catodici e a mezzo stampa. Quando uno cambia idea, bisogna sempre controllargli la bottega e virificare si gli conviene o no. Ai finiani non conviene affatto, anzi conveniva restare dov'erano.
2) L'autocritica, almeno a giudicare dalle parole di Farefuturo, non è una disinvolta operazione di facciata, come quella di tanti che dall'oggi al domani cominciano a dire il contrario di quel che dicevano ieri, con l'aria spocchiosa dei maestri che hanno sempre ragione anche se hanno sempre avuto torto.
Farefuturo riscrive il recente passato, confessa un "senso di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa", riconosce che "oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea" e persino che "ha ragione chi dice: perchè non ci avete pensato prima?", infine ammette che "non c'è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Una vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore". Chi parla così merita un'apertura di credito: cioè di essere giudicato non da quel che ha fatto ieri, ma da quel che farà domani (specie in tema di libertà d'informazione e legalità).
3) I finiani non si limitano a difendere Fini, ora che il killeraggio colpisce lui (troppo comodo), ma hanno il coraggio di ricordare il punto più basso del regime: "Il pensiero corre all'editto contro Biagi, Luttazzi e Santoro". Citano cioè tre personaggi lontanissimi dal mondo della destra, che nel 2002 subirono insieme al loro pubblico l'affronto più sanguinoso: il divieto di lavorare in tv per averne fatto un "uso criminoso" (lesa maestà), divieto che per Luttazzi perdura tuttora.
4) L'autocritica non proviene dai killer, tutti rimasti per selezione naturale alla corte di B., ma da chi appunto ha taciuto per troppi anni sui killeraggi, senza osare "alzare la testa", e ora che lo fa ne assaggia le prime conseguenze.
5)L'autocritica dei finiani, per quanto tardiva, è comunque in anticipo rispetto a tanti "intellettuali" sedicenti "liberali e/o "terzisti" che da 16 anni tengono il sacco e fanno da palo a B. paraculeggiando e pompiereggiando con una finta indipendenza che è anche peggio del berlusconismo, perchè non ci mette neppure la faccia. Per non parlare dei dirigenti e delle teste d'uovo del centrosinistra "riformista" e della sinistra "radicale" che hanno screditato il valore dell'antiberlusconismo come "demonizzazione" e "giustizialismo", l'hanno sacrificato sull'altare delle bicamerali, del "dialogo" sulle "riforme condivise", delle ospitate a Porta a Porta e dei libri Mondadori, non riuscendo o non volendo immaginare una destra diversa da quella abusiva di B. e garantendo lunga vita a B. Oggi dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa una vasta e variopinta compagnia. I finiani con tutte le loro magagne, lo stanno facendo mentre B. è vivo e potente. D'Alema & C. e il Pompiere della Sera aspettano il referto del medico legale.