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12 nov 2010

BUNGA BUNGA - CORONA DIXIT: "GLI SCATTI DI ARCORE CI SONO ECCOME!"

Scatti ricordo. O prove buone per ricatti di ogni tipo. Una cosa è certa: le foto delle feste di Arcore, quelle all'insegna del Bunga Bunga ci sono eccome. Ne è sicuro il re dei paparazzi, Fabrizio Corona. Ormai è fuori dal giro: "Oggi non me ne frega niente né di Lele Mora, né di Ruby, perchè qua mi gioco 3 anni della mia vita".
L'attenzione infatti è al processo Vallettopoli: ieri contro di lui, l'accusa ha chiesto una condanna a 3 anni e 8 mesi di carcere per estorsione, la sentenza è attesa per il 2 dicembre. Ma Corona ammette che anche se avesse continuato a lavorare "non c'è nessun giornale che le avrebbe pubblicate e nessuna agenzia che le avrebbe proposte", perchè "quelle foto sono scattate in un ambiente privato e quindi per legge non sono pubblicabili". Quelle immagini non le vedremo mai, ma intanto le versioni sul Bunga Bunga continuano a crescere. L'ultima, rivelata da Dagospia, racconta di una discoteca costruita nei sotterranei di Arcore che si chiamerebbe proprio così. "Certo, non abbiamo nessuna prova, le foto ci sono ma nessuno per ora le tira fuori - scrive il sito di Roberto D'Agostino - ma altre testimonianze ci assicurano che quanto scodellato non è per niente campato in aria". Lo "scodellato" sarebbe il racconto di una sorta di teatrino scavato sotto Villa San Martino: qui, nelle sue serate "distensive", Berlusconi ospiterebbe 5 o 6 ragazze vestite da uomo. Nel corso dell'esibizione si racconta di travestimenti di ogni tipo. Tra i più gettonati, i presidenti di mezzo mondo: Obama, Sarkozy, Lula, Cameron, Zapatero. Ogni tanto, assicurano, non manca la maschera di qualche ministro.

commento:
Permettetemi il calo di stile: se fosse vero, tutto ciò che raccontano Corona e D'Agostino,......credo che godrei come un mandrillo eccitato.

IO NON CI STO - BASTA CON IL VOYEURISMO MEDIATICO SUI CORPI DELLE DONNE




SEPULVEDA E LA MALATTIA MENTALE DEL PREMIER

7 nov 2010

B. NON AIUTA TUTTI I BISOGNOSI

di PAOLA ZANCA

"L'avevo chiusa in un cassetto. Non l'avevo fatta vedere a nessuno, nemmeno a mia mamma, che lei comunque ha le sue idee e non volevo deluderla. Però martedì quando ho sentito Lupi a Ballarò che continuava a ripetere che il presidente è intervenuto sul caso di Ruby perchè si occupa individualmente dei casi di necessità e di bisogno, mi è venuto un flash e sono corsa a prenderla".
Agnese Dinarello, che aveva bisogno, al Premier l'ha spiegato sette mesi fa con una lettera. La risposta è arrivata un mese dopo,il 29 aprile del 2010: "pur comprendendo la Sua difficile situazione, debbo comunicarLe - scrive l'On. Valentino Valentini a nome di Berlusconi - che il presidente del consiglio non può farsi carico dei casi individuali, anche se degni di considerazione. Quotidianamente pervengono all'On. Berlusconi numerose domande di aiuto volte a sensibilizzare un atto di personale generosità: comprenderà quanto sia difficile, aldilà di ogni buon intendimento, poterle accogliere. La Presidenza del Consiglio, d'altra parte, non dispone di fondi da erogare in favore dei singoli cittadini in difficoltà. Le auguro - conclude - di superare presto le difficoltà del momento".
Agnese ha 49 anni e 5 figli. La più piccola ha 11 anni, la più grande 22.
Si è separata dal marito nel 2004. Da allora, le ha provate tutte: il comune, i servizi sociali, la Caritas. Ma il suo reddito da maestra elementare (22.000 euro annui) è già troppo alto per le griglie del nostro welfare. Alla social card non ha avuto diritto. Il bonus famiglia lo ha ottenuto l'anno scorso, "ma quest'anno non esiste più". Il suo ex non le paga gli alimenti. Ha già fatto una prima denuncia, "potrei farne un'altra, ma tanto è come sbattere la testa al muro". E' una donna che non si arrende facilmente: "provo a chiedere anche a chi non conosco". Per questo è arrivata anche fino a Palazzo Chigi: "ho pensato che potevo rivolgermi a chi dovrebbe essere un nostro punto di riferimento, soprattutto perchè lui si è sempre presentato come un paladino della famiglia". Già, lunedi il premier avrebbe dovuto aprire la Conferenza della famiglia a Milano. Ora ha dato forfait. "Quanto avrei voluto andarci - sospira Agnese - mi sarei portata dietro la lettera e, visto che dice di essere uno che aiuta, gli avrei chiesto: "Presidente, potrebbe rettificare quello che ha scritto?". Anche se non ha "nessun legame con il Pdl", tutto sommato Agnese di Berlusconi si fidava: "non avevo pregiudizi, sinceramente non ho mai dato adito ai pettegolezzi. Anch'io posso essere oggetto di critiche e maldicenze, o per invidia o altri meccanismi, figuriamoci a questi livelli". Però adesso è delusa: "ci sono rimasta male. Il principio per cui ognuno dei propri soldi fa quello che vuole è sacrosanto. Però per loro 1000 euro sono come un euro per me. Ci hanno staccato il gas per 2 mesi pensavo: "io sono qua che cucino sulla stufa...", volevo vedere se magari mi aiutava a pagare le bollette". Agnese non vuole la carità ("alla fine abbiamo mangiato lostesso"), si rende conto che "come me ci sono molte altre persone, abbandonate dallo Stato". Ed è consapevole che molti dei suoi guai dipendono da "questa legge sul divorzio che non tutela i più deboli". Ma dopo aver letto del "buon cuore" che Berlusconi ha avuto con Ruby, ne fa "una questione morale": "non si può scrivere una lettera del genere ad una persona in difficoltà e andare in tv a dire esattamente il contrario! Allora lo dica che non si occupa dei "casi individuali" ma di alcuni sì! Anche giovedì Ghedini è andato ad Annozero a spiegare che il Premier fa beneficienza a destra e sinistra. O la può fare o non la può fare!". Si è sentita talmente presa in giro chen on ha avuto più vergogna di far vedere quella lettera di sette mesi fa a sua madre e ai suoi figli. La madre ha ammesso che il Presidente del Consiglio "poteva rispondere anche in un altro modo". I figli l'hanno presa sul ridere. Da due giorni si affacciano alla cassetta della posta, la guardano e si chiedono: "E' arrivato l'assegno del Berla?"

20 ott 2010

ADDIO AD UN PEZZETTO DELLA MIA GIOVINEZZA


È morto a 83 anni Tom Bosley, il papà Howard Cunningham della famiglia protagonista di Happy Days. Si è spento a causa di un infarto, dopo una lunga lotta contro il cancro. TV Guide aveva classificato Bosley, nelle vesti di Howard Cunningham, al posto numero 9 della classifica dei «50 Greatest Dads of All Time Tv» nel 2004, i 50 più grandi "papà" della storia della Tv.

La serie televisiva che ha accompagnato i pomeriggi di un'intera generazione, quella che oggi ha 40 anni o su di lì, aveva debuttato nel 1974 ed era proseguita per ben 11 stagioni, dopo aver introdotto personaggi diventati classici della cultura popolare, come il bullo Arthur Fonzarelli (Fonzie), e il bravo ragazzo Richie Cunningham (guarda le foto). La serie, ambientata a Milwaukee, era imperniata sulle vicende quotidiane della famiglia Cunningham. La famiglia era composta da Howard, proprietario di un negozio di ferramenta, da sua moglie, la casalinga Marion e dai figli Charles (detto Chuck), Richard (detto Richie) e Joanie. Il figlio maggiore Chuck ha partecipato solo alle prime due stagioni, per poi scomparire dal cast.

Dopo Happy Days, Bosley aveva avuto un ruolo ricorrente nella serie "La Signora in Giallo" nelle vesti dello sceriffo Amos Tuppler. Nel 1994 aveva rivestito il ruolo di Maurice nella versione di Broadway de «La Bella e la Bestia».

Il suo primo successo era giuto come attore a Broadway, nel 1959, come protagonista del musical "Fiorello!», che raccontava la storia del famoso sindaco italo-americano di New York, Fiorello La Guardia.

7 ott 2010

"INQUIETANTE!"





Disoccupata, precaria, troia, vergine stuprata, ministro promosso per l'aspetto, per il culo, ma anche la bocca aiuta, costretta ad accettare avances sul lavoro, preda delle voglie di parenti e delinquenti, uccisa da zii, mariti, amanti, ex compagni, buttata sulla strada da magnaccia, introdotta nei letti dei potenti come una regalia per acquisirne la condiscendenza. Extracomunitaria e minorenne, a migliaia, quasi bambine, carne fresca sui viali di tutte le città, facile conquista di padri di merda e di famiglia nell'indifferenza totale. Miss Italia che mostrano la loro mercanzia in prima serata, ragazze di cui non si ricorderà il sorriso, lo sguardo, ma soltanto il seno, i lombi, l'incavo delle cosce, vallette con i fili interdentali nelle chiappe in tutti i programmi televisivi, seminude anche nella notte di Natale, merce gratta e fotti, a disposizione degli italiani, inconsapevoli aspiranti puttane del piccolo schermo. Sottopagata, quota rosa, residuale, marginale, esclusa dalle scelte, dalla politica, senza diritti civili se non benedetta dalla sacralità del matrimonio, senza una pensione anche se moglie di fatto per una vita, senza asili, senza spazi verdi per i suoi figli, perché i figli sono delle donne, quasi sempre. Corpo e non persona, buco e non spirito. Oggetto di modernariato con labbra a canotto e zigomi da lupa, in vecchiaia simile a una maitresse di antichi bordelli. Plasmata dalle necessità e dal trionfo del membro maschile, signore e padrone della sua vita. Non più persona, ma oggetto, che si può usare, prestare, strangolare, possedere. Un transfert di massa l'ha trasformata da essere vivente a cosa di comune disponibilità, accessibile, che non può negarsi, non ne ha più il diritto. Proprietà privata, ma anche pubblica, da strangolare in caso di rifiuto, nella scala sociale appena al di sopra una bambola gonfiabile, da possedere anche dopo la morte, perché una cosa non è viva e non è morta. E' solo una cosa, una donna, nient'altro che una donna.
(dal blog di BEPPE GRILLO)

5 ott 2010

LA BLASFEMIA DEL PAESE REALE

di MASSIMO FINI

In questi anni Silvio Berlusconi ha aggirato nel modo più turpe un'orfana di padre e di madre, minorenne, sfilandole qualche decina di miliardi, ha giurato il falso in Tribunale, ha commesso gravi reati da cui è uscito asolto solo per prescrizione, ha corrotto un testimone in giudizio perchè desse una falsa testimonianza che gli è servita per salvarsi in un paio di altri procedimenti, attraverso una settantina di società off-shore è autore di un'evasione fiscale colossale, tutti atti oltre che penalmente rilevanti, moralmente ripugnanti, e l'Osservatore Romano, alias il Vaticano, non solo non ha mai mosso orecchia ma, soprattutto sotto la direzione di Mario Agnes, ma anche dopo, ha attaccato costantemente la Magistratura italiana quando si è permessa di richiamare il Cavaliere e i suoi accoliti a quel rispetto della legge cui tutti siamo tenuti e in particolare chi ricopre alte e altissime cariche pubbliche. Insorge improvvisamente adesso e si indigna per una mezza bestemmia inserita in una barzelletta detta da Berlusconi in privato un anno fa. E i giornali gli vanno pedissequamente dietro. Questo è un Paese che ha perso ogni senso della gerarchia dei valori e delle cose che sono importanti e di quelle che non lo sono affatto. "Insopportabile" non è la pseudo-bestemmia di Berlusconi, ma l'ipocrisia, il tartufismo, il moralismo un tanto al chilo che permeano ormai l'intero Paese. E poi se è l'ora di finirla con l'impresentabile Berlusconi, per ben altri motivi delle sue barzellette, è anche l'ora di finirla con Papi, Cardinali, Cei, Bagnaschi, preti di tutte le risme che, con un pretesto o con un altro, entrano ogni giorno a piedi uniti negli affari interni dello Stato italiano (se Sarkozy, in una cena fra amici, avesse raccontato una barzelletta blasfema, nessun Osservatore Romano sarebbe intervenuto). Se le opposizioni e i giornali che, in modo diverso, la fiancheggiano vogliono rendere l'ennesimo favore a Berlusconi insistano pure, invece che sulla sentenza Mills, su questa sciocchezza dell' "orchidea" che se allarma alcune begnine cattoliche lo rende simpatico a tutti gli altri. Perchè noi oltre che di Santi, di Poeti e di Navigatori, siamo anche un popolo di Bestemmiatori (si pensi alle "madonne" quasi liriche, dei toscani).
Monsignor Fisichella ha detto che la blasfemia di Berlusconi va giudicata all'interno del contesto in cui è avvenuta.
Una volta tanto siamo d'accordo e speriamo che la pseudobestemmia di Berlusconi serva almeno ad evitare un grottesco cartellino rosso al calciatore che, preso un temendo pestone dall'avversario, sacramente come dio comanda.
Perchè questo è il nuovo regolamento della Figc in omaggio all'ipocrisia di un Paese che è cattolico a parole e nelle parole e profondamente blasfemo nei fatti.

COMMENTO:
Daccordo sul fatto che ci si scandalizzi per una bestemmia nonostante sia contestualizzata in una barzelletta e non lo si faccia per tutti i reati che accompagnano il nostro Presidente del Consiglio, ma è anche vero che sarebbe ora che la finisse di fare la marionetta in pubblico prendendosela con tutte quelle donne che non corrispondono al target della "battona", tanto amato dal Premier. Ha ragione Margherita Hack quando dice: "Ma si guarda mai allo specchio? Questo nanetto con i capelli tinti, la faccia rifatta, si permette di offendere una degna persona come Rosy Bindi? Si dovrebbe vergognare!"

10 set 2010

IL VOTO INFORMATO

di A.G. Belletti
Mai, come in questi ultimi anni, mi riscopro spesso a cercare, con lo sguardo teso all’infinito un estremo lembo di terra nell’intento di chiedermi se aldilà di esso, tutto ciò che vivo ed affronto quotidianamente: le ingiustizie alle quali sono costretta mio malgrado ad assistere, le nefandezze di una politica corrotta e malsana a cui mi sto paradossalmente abituando, siano veramente gli stessi abomini che subiscono gli abitanti di quello sconosciuto territorio o se, il mio, sia solo un orribile incubo dal quale fra poco mi risveglierò.
Sovente mi pongo questa domanda perché pare impossibile che, con parametri di valutazione ricollegabili ad un normalissimo senso del pudore, possa esistere un numero così ingente di persone tanto irragionevoli da prendersi la pesante responsabilità di porre alla guida del proprio Paese, un affarista, faccendiere e malfattore della caratura del Sovrano di Arcore, senza pensare alle tremende conseguenze sull’immediato stato di salute di una popolazione ormai ridotta allo stremo, e ancor più triste, sull’indebitato futuro dei nostri figli.
Purtroppo mi giungono voci che anche in quel lembo di terra oltre il quale le mie capacità visive non arrivano più, l’uragano Berlusconi ha già raso al suolo l’inimmaginabile: gli operai sono sui tetti a lottare per i propri diritti negati, i precari si lasciano morire di fame, gli studenti sono sempre più ignoranti, gli immigrati subiscono ritorsioni al limite dell’umana comprensione, e il malcontento governa sovrano.
Lo stesso film a cui oggi sto assistendo io.
Il tam tam della rete, unico veicolo d’informazione non ancora impigliato nel tramaglio delle proprietà berlusconiane, attraverso documenti, filmati e testimonianze, ci fa sapere che il termometro umorale del Paese rischia di spaccarsi ogni qualvolta si immerge nel mare di un’Italia sfibrata dalle irresponsabili mosse del sovrano.
I processi a cui si sottrae attraverso leggi transitorie nell’attesa che si approvi quella che lo ripulirà delle sue mille violazioni, le amicizie sconvenienti agli occhi del mondo che fanno crollare i consensi di un intero pianeta, le logge massoniche nelle quali si è sempre distinto per essere il legittimo successore del Venerando, le veline, le minorenni, le escort che lo hanno sempre adorato per tristissimo comodo, i voti lerci di un’Italia parallela mafiosa e corrotta, assolutamente necessari a portarlo avanti nel proprio disegno di distruzione nazionale, sono tutte tessere fondamentali destinate a comporre quel mosaico che porterà i nostri figli ad una scelta forzata: fuggire da un Paese ridotto a proprietà di una casta.
Mi chiedo: è questo ciò che vogliamo?
Siamo ancora sicuri che la nostra costante richiesta di dialogo con una cricca di malviventi antropologicamente incapace, arrogante ed egocentrica, sia la soluzione più intelligente per ottenere ciò che ci appartiene già di diritto?
Io, da onesta italiana che soffre e vive in una crisi epocale e che fa parte di un Paese provato e stanco dagli insuccessi ottenuti da sacrifici mai sufficienti per raggiungere il più piccolo grado di miglioramento, credo sarebbe dovere di tutti, informarsi, prendere coscienza dell’inettitudine di un governo nato esclusivamente per fare il proprio sporco interesse e totalmente indifferente al destino di chi ci abita.
Credo anche che la cultura sia l’unica arma onesta, a differenza dei nostri governanti, utilizzabile per creare una controffensiva ad un regime che può espandersi e proliferare solo vivendo in un ambiente ignorante e disinformato, da questo si possono capire i logici tagli alla scuola, alla ricerca, la legge bavaglio, il conflitto di interessi a cui un centrosinistra incapace avrebbe dovuto porre un immediato rimedio quando era al governo, le leggi ad personam che tanti non sanno neppure cosa significhino, ma che ci separano sempre di più dalla frase che ogni tribunale ha impresso sulle proprie pareti: “la legge è uguale per tutti”! E se non capiamo o ci informiamo prima che accada tutto questo, ci ritroveremo risucchiati da un vortice di ingiustizia e corruzione da cui non riusciremo più ad emergere, una corruzione che già oggi ci costa 50 miliardi di euro l’anno.
Non ci faremo travolgere dalla piena se riusciremo ad innalzare argini saldi e forti prima che sia troppo tardi.
Informiamoci ed andiamo oltre le assurde e vane promesse/bugie di un premier alle quali, per primo, non crede. Non facciamoci catturare dai sorrisi, dalle pacche sulle spalle e dalle parole confortanti che ci recapita a reti unificate, il peggior premier della storia della Repubblica.
Reagiamo e pretendiamo di vedere i risultati delle promesse di un governo bugiardo e ci accorgeremo che saranno state solo illusioni ed inganni!
La prossima chiamata alle urne, sarà una grande occasione da non sprecare, diamo il voto con cognizione di causa affidandone il compito ad una coscienza informata, e non ad un’azione meccanica priva di consapevolezza che non farebbe che consegnare nuovamente nelle mani di un criminale, i nostri destini onesti ed un incerto futuro ai nostri figli.

7 set 2010

FINI E FIAMME: "SENZA DI NOI SONO SOTTO AL CENTROSINISTRA"


Il day after di Mirabello e i messaggi al caimano: "Ora possiamo dire tutto"

di Luca Telese

Emozioni inedite: le mani del leader che per la prima volta tremano: Futuro e Libertà, il giorno dopo. Futuro incerto, ma molta libertà. Forse, la frase che rivela lo stato d'animo di quel frammento di popolo che si è autobattezzato a Mirabello, è quella scappata ieri al demiurgo del pensatoio finiano, Filippo Rossi, in un faccia a faccia serrato su La7 con il vicedirettore de Il Giornale Nicola Porro. Che lo incalzava: "Filippo, il problema è che non puoi dire tutta la verità..." E Rossi: "No, guarda. Dopo Mirabello posso dire tutto! Tutto...".

DOPO CRISTO
Dopo Mirabello. "Dopo", ad intendere un discrimine epocale, come un ante e dopo Cristo. Non si capisce quello che accade dentro Futuro e libertà - una lunga giornata di attesa, nel gioco di specchi con il vertice di Arcore - senza questo discrimine. Silvio Berlusconi, ieri ha lanciato segnali: i retroscena fatti filtrare ad arte su quotidiani raffigurano un Cavaliere che dopo uno scatto d'ira spegne il televisore furibondo. Poi le telefonate irate ai suoi, le interviste di Sandro Bondi, i comunicati di Daniele Capezzone. Ma la partita è lunga: sul tavolo pesano i sondaggi che in queste ore danno per la prima volta l'asse Lega-Pdl un punto sotto il centrosinistra. Senza i finiani (accreditati da tutti gli istituti fra il 6 e il 7%) la maggioranza non c'è più. Ed è per questo che, mentre su tutto dovrebbe prevalere l'incertezza dettata dallo strappo, ieri il sentimento prevalente era piuttosto un vago sentore di euforia. Aneddoto illuminante. A tavola, allo stand del ristorante di Mirabello, nella notte, circondato da un capannello di militanti, il senatore padovano Maurizio Saia racconta l'incredibile vicenda dell'emendamento salva-Mondadori: "Eravamo in Commissione Finanze, arriva Azzollini, e mi mette sotto il naso un testo incomprensibile: 'Firma!". E io: "Ma firma cosa? Non capisco di che si parla...' E lui: "Firma, firma!". Saia racconta che legge, che sente puzza di bruciato e non firma. Si trattava del famoso emendamento fiscale a favore della Mondadori: "Capito? Stiamo tagliando tutto e mi volevano far firmare un provvedimento che faceva perdere soldi all'Erario. Glio ho detto: "Siete pazzi!". Il racconto prosegue e l'uditorio cresce intorno al tavolo: "Arrivarono Gasparri e Quagliariello e incazzati neri mi dicono: 'O firmi subito, o ti dimetti da relatore della legge! Fini è d'accordo...Se vuoi fare la politica devi avere il pelo sullo stomaco!". Il racconto di Saia si chiude con un colpo di scena: "Bè, non mi sono piegato. Dico: 'Sono pronto a dimettermi anche subito, ma prima voglio parlare con Fini". Riuscii a trovarlo al telefonino. Gli parlai. Non solo Berlusconi non gli aveva spiegato nulla! Ma mi raccontò che era ancora più arrabbiato - aggiunge Saia - perchè da lui era andato Ghedini, che gli aveva mischiato le carte in tavola senza dirgli cosa c'era in quella norma...". E così si entra nel Dopo Mirabello..."Dopo" nel senso che dopo la catarsi di Fini, queste storie, un tempo mandate giù come bocconi amari in nome della fedeltà di partito, ora si possono raccontare liberamente. Rivelando la fatica di dover stare in una maggioranza in cui o si firmava, o si correva il rischio di doversi dimettere.

MISSINI E GAYLIB
Se c'è una cosa che stupisce, nella folla sincretica che si è raccolta a Mirabello, è che anime incredibilmente diverse tra di loro erano unite, prima di tutto, da questo stato d'animo. Ex socialisti, ex Forza Italia, curiosi del Pd, ex missini che ti dicono: "Io non votavo più da quando c'era il Pdl!". Nella piaza di Mirabello stavano fianco a fianco gli ex militanti fascistissimi con il distintivo del Pnf sul bavero, e o ragazzi con le bandiere del tricolore tondo: "I gaylib", liberali di destra, capitanati da un ragazzo del Castelli, Daniele Priori: "Finalmente possiamo fare politica in un luogo in cui c'è libertà di opinione, di idee e di sentimenti per tutti".
Insomma, nei discorsi del giorno dopo, non c'è la paura, ma piuttosto la curiosità dell'attesa. Cosa farà davvero Berlusconi? Ieri a parlare ancora più del discorso di Fini erano gli striscioni inneggianti a Saviano, e che condannavano Mangano. A parlare, più di tutto il testo, era questa strana epifania per cui nella folla si potevano trovare curiosi di sinistra, militanti della Destra di Storace, e gente che non faceva politica da anni. Spiega Luciano Lanna, condirettore del Il Secolo: "Lo so, qualcuno si stupirà, ma in realtà, contrariamente a quanto pensava qualche colonnello, la scelta di orgoglio di Fini viene vista con grande simpatia da elettori di destra, molti che in questi anni ci avevano voltato le spalle". Insomma, tutti a pensare cosa farà Berlusconi, e invece il popolo di Mirabello riesce a catalizzare gli ex Cuori neri, e le nuove generazioni dei militanti che si sono aggragate sulle politiche dei diritti civili. Prendete un personaggio incredibile come Vittorio di Battista, 67 anni, animatore del Blog (ferocemente antiberlusconiano) Il paese delle balle: "Ero in prima fila ad applaudire Fini, da fascista, perchè finchè si sta legati a quella carogna di Berlusconi, è impossibile difendere il valore dell'onestà". E chi volesse avere un saggio, sul blog, troverà freddure come questa: "Il giorno di ferragosto trascorso da Dell'Utri e Cosentino in carcere. Uno solo?". Dopo Mirabello, dopo 14 anni di convivenza difficile, è come un tabù che cade, come una diga che si rompe, un ritorno alle origini quando la Fiamma picconava e inneggiava a Mani pulite. E' una forza neonata e ancora debole, però i finiani ora intercettano mille rivoli. Fra gli stand di Mirabello c'era persino Sergio Mariani detto "Folgorino", il primo marito di Daniela Fini, uno in passato durissimo con l'ex leader di An. C'era Imperi, uomo chiave nell'organizzazione di via della Scrofa. E c'era l'imprenditore Vittorio Lodi padre della festa di Mirabello, uno che negli anni Settanta seguiva Almirante nei comizi di tutto il Nord Italia. Parlando, domenica, è scoppiato a piangere: "Ci sono state tante cattiverie, ma io non avrei mai potuto tradire Fini, mai. Siamo gente che ama la politica e non ha padroni". E' faticosa l'attesa. Ma è stupefacente la libertà.
da Il Fatto Quotidiano
nella foto: Gianfranco Fini

27 ago 2010

NON CREDETE CHE ORA DI PRENDERLA CON FILOSOFIA......E ALLORA PAUSA "CREATIVA".....E' VERAMENTE DA VEDERE



IL COMMENTO:
E' GENIALE, DIVERTENTE, SIMPATICO, STUPIDO COME NESSUNO.....IN UNA PAROLA: FA-VO-LO-SO!

QUANDO FELTRI PICCHIAVA SU BERLUSCONI


Storia di una prima vita da feroce antiberlusconiano

di Massimo Fini

A scartabellare vecchi giornali viene il magone, soprattutto se vi si è lavorato, ma si trovano a volte delle cose divertenti oltre che istruttive. Leggete qui.
"Diconsi quattordici anni. Durante i quali la Rai ha mantenuto gli antichi privilegi (canone, diretta, deficit ripianato dallo Stato) e la Fininvest ne ha scippati vari per sé, complici i partiti, la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci, con la loro stolida inerzia, e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi' cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente.
Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura in un soprassalto di dignità e che invece in italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Niente. Non soltanto non sono morti, ma sono ancora lì, in piena salute, a far danni alla collettività, col pretesto di curarne gli interessi, interessi che sarebbero gli stessi, secondo loro, del dottor Silvio di Milano due, il quale pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perchè non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il Bollettino dei naviganti e la Gazzetta Ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia? Poichè nemmeno il garofano, pur desiderandolo, ha osato chiedere tanto per l'amico antennuto, cosa che avrebbe impedito ogni spartizione per esaurimento del materiale da spartire, eccoci giunti allo sgradito momento della resa dei conti: il varo dei capolavori di Mammì, che non è il titolo di una canzonetta, ma il ministro delle Poste, colui che ha scritto sotto dettatura il testo per la disciplina dell'etere (L'Europeo, 2 agosto 1990).

QUANDO VITTORIO FACEVA L'ANARCHICO
Di chi è questa prosa scintillante e allegramente e ferocemente antiberlusconiana e anticraxiana? Di Vittorio Feltri. Era quello il Feltri che amavo, anarchico di destra, certamente, ma sul quale non era ancora passato il berlusconismo, col quale ho vissuto due stagioni straordinarie all'Espresso e all'Indipendente. Siamo due calciatori che hanno lo stesso linguaggio tecnico, anche se il ruoli diversi, e che si intendono a meraviglia. Anche quando lasciò l'Indipendente per il Giornale, e io l'avevo trattato ripetutamente da "traditore", da "canaglia", da "furfante" (e lui è permalosissimo come una donna) tutte le volte che ho avuto bisogno di piazzare un pezzo che nessun altro giornale avrebbe osato pubblicare ho chiesto ospitalità a Feltri. Perchè tutto si può dire di Vittorio tranne che non abbia l'intuitaccio del giornalista, quello delle Fallaci, dei Montanelli, dei Malaparte, insomma dei grandi e dei grandissimi del nostro mestiere.
La stagione veramente indimenticabile è stata quella dell'Indi. Nel giro di un anno e mezzo, dal marzo del '92 all'autunno del '93, passammo, sotto la sua direzione, dalle 19500 copie cui l'aveva lasciato l'ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi alle 120mila, una cavalcata che non ha precedenti nella storia del giornalismo italiano (speriamo che il record possa essere superato dal Fatto, che per molti versi, anche se qualcuno storcerà il naso, si apparenta a quell'Indipendente. Travaglio dice che ci siamo vicini, ma sull'entusiasmo di Marco bisogna fare sempre un pò di tara).

L'AVVENTURA DE "L'INDIPENDENTE"
Gli inizi furono difficilissimi. Si diceva che il giornale avrebbe chiuso ad aprile, dopo un mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. E sia Feltri che io, quando stavamo ancora all'Europeo, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti, con Giorgio Bocca,a guardare il fenomeno Lega con quell'attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà senza pregiudizi e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in "pole position". La vittoria della Lega scatenò Mani Pulite e Mani Pulite scatenò l'Indi, anche perchè gli altri giornali, tutti compromessi col vecchio regime, avevano il treno a mano tirato. Inoltre, con la caduta della Prima Reubblica, molti lettori avevano aperso i loro punti di riferimento e venivano da noi. Così potevamo scrivere le cose che gli piaceva sentirsi dire ma anche le cose che non gli piaceva sentirsi dire. Il giornale era tendenzialmente liberista ma io vi scrivevo i miei pezzi anti-mercato e antindustrialisti e questo portava un altro tipo di lettori. Arrvarono editorialisti da ogni dove, di destra e di sinistra. Fare parte del giro dell'Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò magistralmente questa polifonia di voci. Il giornale manteneva una sua fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore, che si era inventato il "feltrismo". Davanti a noi si stendevano praterie. Se Montanelli veniva via dal Giornale (col quale eravamo già in fase di sorpasso), come pareva inevitabile, ci sarebbero arrivati altri 30 o 40mila lettori senza colpo ferire. Feltri si lamentava che Zanussi non era un vero editore, che non capiva nulla, che non gli dava i rinforzi necessari. Io replicavo che l'assoluta libertà di cui godevamo (quando fu arrestato l'amministratore del nostro giornale sparammo la notizia in testa alla prima pagina) era un "fattore del prodotto" più importante dei rinforzi. Eravamo un pò sgangherati, certo, ma liberi.
E questo il lettore lo percepiva e ci passava sopra. Insomma, per parafrasare l'Hemingway di Festa mobile, quelli erano "i bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici". E lo era anche Vittorio che pur, di suo, ha una natura profondamente melanconica.

LA TENTAZIONE DEL "GIORNALE"
Ma qualcosa cominciò a scricchiolare già nell'agosto del '93 quando Feltri mi invitò a cena e mi pose la terrificante domanda: "Se vado al Giornale vieni con me?". Cercai di spiegargli che era un errore, sia in termini generali sia per lui (cosa che successivamente, dopo che ad ogni incontro lo ulceravo con questa questione, ha finito, sia pur a denti stretti, per ammettere). Finimmo quella cena un pò brilli di vino bianco e col suo grido: "In culo al Berlusca, restiamo all'Indi!". Questa scena si ripetè almeno altre due o tre volte. Il giorno dopo l'ultima, conclusasi con lo stesso rituale, firmava per Berlusconi. Dopo è cambiato tutto. Era stato un fan senza riserve di Antonio Di Pietro (che chiamava affettuosamente "Tonino") e di Mani Pulite, con eccessi, lui sì, forcaioli, e divenne nemico acerrimo della Magistratura. Non c'era errore vero o presunto, di magistrato che fosse stato commesso pure in Nuova Zelanda (non dico per dire, c'è stato anche questo) che non fosse sbattuto in prima pagina con critiche feroci e sarcastiche. Divenne un "garantista" a 24 carati (salvo dimenticarsi bellamente di ogni garantismo ora che, per ragioni di scuderia, ha scatenato la "caccia all'uomo" nel confronti di Gianfranco Fini). Era stato un sostenitore appassionato della Lega e le voltò da un giorno all'altro le spalle quando Bossi nel '94 abbattè il governo Berlusconi con quello che resta il suo miglior discorso in Parlamento. Mi ricordo che dopo quell'avvenimento ci trovammo insieme a un dibattito a Bergamo con una platea zeppa di leghisti che lo attaccavano pesantemente come "traditore" e "voltagabbana".

LA SECONDA VITA DA CRAXIANO
Io lo difesi a spada tratta ricordando a quella gente che comunque aveva un debito di riconoscenza con Feltri che aveva difeso la Lega in tempi difficili. E Vittorio, di nascosto, sotto il tavolo, mi prese la mano in segno di riconoscenza. Era anticraxiano e, in omaggio ai trascorsi del Capo, divenne filocraxiano. Insomma nella seconda parte della sua vita ha sconfessato tutta la prima. Uno sfacelo.
Io ho affetto per Vittorio Feltri e lo considero il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio precedenti. E mi fa male al cuore vederlo ridotto a un pitbull di Berlusconi, senza una vera ragione (perchè Feltri, checchè se ne pensi, non è un vero cinico, alla Giuliano Ferrara per intenderci), vederlo sprecare il suo grande talento per un uomo ce non lo merita e non lo vale. Ma così è. Così è la vita che ti costringe, via via, a lasciare anche i compagni che ti sono stati più cari.

22 ago 2010

"CARI BERLUSCONI E PREVITI, SIETE QUERELANTI O DELINQUENTI?"


di Massimo Fini

L'Italia è proprio un curioso Paese. Privo, oltre a tutto il resto, di memoria, soprattutto nella sua classe dirigente, politica, intellettuale e giornalistica, come dimostra anche il turibolante e totalitario elogio funebre tributato a Francesco Cossiga pur risalendo le sue malefatte a epoca relativamente recente e quasi tutti vivi i testimoni del tempo. Adesso che è in ballo il tinello del presidente della Camera tutti, non solo i "finiani", ma anche i giornali di sinistra, compreso il nostro, "scoprono" il colossale raggiro che Silvio Berlusconi, in combutta con Previti, operò, nei primi anni '70, ai danni della marchesina Annamaria Casati Stampa scippandole, per un tozzo di pane, la villa di Arcore (3500 metri quadrati), i Tintoretto, i Tiepolo, i Luini che la arredavano, un parco di un milione di metri quadrati e un immenso terreno di 2.466.000 (duemilioniquattrocentosessantaseimila) metri quadrati nel comune di Cusago (alla cifra di 500 milioni di lire). Di tutte le nefandezze attribuite a Berlusconi questa è, dal punto vista morale, la più ripugnante e grave. Qui infatti non ci troviamo di fronte ad un imprenditore che pur di mandare avanti la sua azienda si muove ai limiti della legalità e ogni tanto li oltrepassa, unge le ruote, paga qualche mazzetta ai finanzieri, gonfia le fatture per sfuggire al Fisco e precostituirsi fondi neri e magari, in seguito, corrompe un testimone per salvarsi dalle inchieste della magistratura, tutte cose che (corruzione di testimoni a parte, almeno spero) fanno parte di un collaudato malcostume imprenditoriale ma che sono così generalizzate ed entrate nella consuetudine della società italiana da non essere più percepite nella loro reale gravità. Qui ci sono due figuri che approfittano di una ragazzina, all'inizio della vicenda minorenne, diventata improvvisamente orfana di padre e di madre nel più traumatico dei modi. Al marchese Casati Stampa piaceva infatti guardare la bella moglie mentre se la faceva con dei giovani amanti. Ma un giorno, nel 1970, il gioco pericoloso gli sfuggì di mano. La donna si innamorò di uno di questi amanti occasionali e il marchese, pazzo di gelosia, uccise la moglie, il giovane e poi si suicidò. Per sfuggire all'enorme scandalo e ritrovare un pò di serenità Annamaria riparò in Brasile. E così Previti, che della giovane era stato protutore, e Berlusconi ebbero mano libera.

L'INCHIESTA DI "GENTE"
Ma la cosa curiosa, diciamo così, è che la vicenda della villa di Arcore e annessi era nota e pubblica già nel novembre 1994. L'aveva raccontata e documentata, in modo accuratissimo, un coraggioso giornalista di Gente (per la verità sarebbe stettato a cronisti di altro tipo di giornale fare inchieste di questo genere), giovanni Ruggeri, che le "vispe Terese" di oggi non hanno nemmeno la buona creanza di ricordare, in un capitolo del suo libro ("Gli affari del Presidente") intitolato "Il grande imbroglio". Solo l'Espresso riprese la vicenda. Berlusconi, allora presidente del Consiglio, non mosse orecchia. E non la muoverà mai (lo aveva fatto preventivamente quando La Notte, intervistando Ruggeri, aveva dato alcune anticipazioni, con una telefonata minacciosa al direttore, Pero Giorgianni, urlandogli: "Io la riduco in povertà". E Giorgianni aveva risposto: "Non può, presidente. Sono già povero"). Previti, ministro della Difesa, aveva annunciato una querela. Poi tutto era caduto nel dimenticatoio. Fui io, sei mesi dopo, a riportare a galla la vicenda della villa di Arcore quando mi capitò fra le mani per caso, il libro di Ruggeri (in genere non sono appassionato di questo tipo di pubblicistica) e lessi quella sconvolgente storia. SCrissi un fondo, sull'Indipendente, intitolato "Cari Berlusconi e Previti, siete querelanti o delinquenti?". (L'Indipendente, 5/6/1994. L'articolo, se interessa, è disponibile nel mio ultimo libro "Senz'anima", del maggio di quest'anno). Vi raccontavo per filo e per segno la storia, riprendendola da Ruggeri, e chiedevo a Berlusconi e Previti se avessero querelato il collega che li aveva così infamati (in realtà sapevo benissimo che non l'avevano fatto) perchè "la cittadinanza non può essere lasciata nel dubbio che un ex presidente del Consiglio, candidato a ridiventarlo, e un ex ministro della Difesa siano dei truffatori, dei delinquenti, dei criminali di diritto comune. Aspettiamo fiduciosi una risposta". Berlusconi, al solito, rimase silente. Previti pure. SCrissi un secondo fondo ripetendo la domanda. Previti rispose con un fax contorto e ingarbugliato,dove, giocando sui gerundi, non faceva capire se avesse o no proposto querela. Infine a un mio terzo fondo, tirato per i capelli e solo in quel momento (erano passati sei mesi dalla pubblicazione del libro) si decise ad agire contro Ruggeri, contro l'Espresso e contro di me. Ma non con una querela penale con cui da che mondo è mondo (pardon: fino ad allora) si tutela la propria reputazione e che vuole l'accertamento della verità dei fatti, ma con un'azione civile di danno per diffamazione dove il focus è soprattutto sul danno e anche un ladro chiamato ladro può essere danneggiato se ciò è avvenuto "in termini non continenti". Così vuole la nostra legge. Il tribunale civile di Roma, con sentenza del 3/12/1999, assolve Ruggeri e L'Espresso avendo ritenuto il giudice, Franca Mangano, "non contestabile la sostanziale veridicità, quanto meno putativa" dei fatti raccontati da Ruggeri. Condannò invece me argomentando che poichè la querela è un diritto, e non un dovere, del cittadino, non potevo trarre dalla sua mancata proposizione da parte di Previti (e implicitamente di Berlusconi) le conclusioni che ne avevo tratto.

LA BATTAGLIA GIUDIZIARIA
Io avevo le mani legate perchè ero stato condannato, sia pur con una motivazione abbastanza bizzarra (non potevo trarre conclusioni che lo stesso tribunale riteneva veritiere). Mi stupì però che l'Espresso, che aveva vinto la causa e di questa importanza, non la cavalcasse e rimanesse in silenzio. In quanto a Ruggeri era stato intimidito a tal punto che scrisse un comunicato in cui diffidava chiunque di fare riferimento al suo libro. Il che è, a dir poco, singolare. Del resto lo stesso Ruggeri mi aveva raccontato che quando aveva parlato con la Casati Stampa - che nel frattempo aveva sposato un Donà delle Rose e si era rifatta una vita in Brasile - le era parsa molto timorosa. Aveva paura dei due. Soprattutto di Previti. E la sua testimonianza per rogatoria, resa in Appello, è piena di "non ricordo" assai strani e al limite della reticenza. Io ho fatto appello ed è cominciata una lunghissima causa durata 10 anni, che mi è costata tempo, fatica, denaro, stress, senza che nessun giornale o politico d'opposizione mi venisse di rincalzo, lasciandomi solo in questa battaglia. Finchè la Corte d'Appello di Roma, con sentenza dell'8 ottobre 2008, mi ha assolto avendo ritenuto legittime le domande che avevo posto a Previti e Berlusconi perchè di interesse pubblico. Adesso arrivano gli "antemarcia" del dopo, categoria storica in Italia, e "scoprono" la storia della villa di Arcore. Ho detto, all'inizio, che questo è un Paese che, nella sua classe dirigente, è senza memoria. Non è esatto. Politici e giornalisti dimenticano o ricordano a seconda di comodo, convenienza, momento. Che non è un bel modo di fare politica e tantomeno del buon giornalismo.

21 ago 2010

CARO MARINO, PARLIAMO DI FINI


di Loris Mazzetti

Caro Senatore Marino, mi rovolgo a lei perchè la ritengo uno dei pochi politici non inquinati: per lei buongiorno significa ancora buongiorno. La sento lontana dal dibattito che in questi giorni corre lungo l'intera penisola: tutto è lecito pur di mandare a casa Berlusconi, anche fare squadra con chi è stato l'erede di Almirante che fu ufficiale della Repubblica di Salò, Gianfranco Fini. Più di ogni altro dirigente del Pd lei rappresenta la base, quel popolo straordinario che ancora con grande entusiasmo dà vita alle feste dell'Unità o del Pd. Donne e uomini che in tutti questi anni hanno accettato ogni decisione della classe dirigente. La Cosa uno, poi la Cosa due, dal Pds ai Democratici di sinistra, infine il matrimonio con la Margherita e la nascita del Pd. Hanno continuato a cucinare anche quando hanno capito che il nuovo partito li avrebbe portati a vivere sotto lo stesso tetto con: ex democristiani, socialisti craxiani, industriali, ma anche con ex piduisti, tanti massoni e qualche pregiudicato.

LA TENTAZIONE DEL COMPROMESSO
Molti degli attuali dirigenti vivono nel compromesso da quando hanno governato il Paese, hanno volutamente evitato di realizzare la legge sul conflitto di interessi che avrebbe risolto il problema della nostra democrazia. Le ricordo le parole di Violante pronunciate nel 2003 durante un intenvento alla Camera: "Sin dal 1994 Berlusconi aveva avuto la garanzia che le sue tv non sarebbero state toccate". Quel popolo straordinario di volontari che serve ai tavoli un piatto di linguine allo scoglio e uno di salsiccia alla griglia, rinunciando alle ferie, si chiede perchè nonostante quello che magistrati e giornalisti hanno scoperto del mondo berlusconiano (escort, ricatti di ogni genere, P2, P3, cricche varie, protezioni incivili, corruzione da far invidia a Tangentopoli), per mandare a casa il governo dei Scajola, Verdini, Cosentino, Bertolaso, Dell'Utri, Brancher, il Pd ha bisogno di Gianfranco Fini. Bersani e Letta sono stati chiari, con Fini la nuova alleanza, e se ci saranno anche Casini e Rutelli l'alleanza diventerà santa. A quei compagni che hanno fatto la Resistenza, che credono nella Costituzione, nella giustizia sociale, nella "questione morale" di Berlinguer, nella memoria di Falcone e Borsellino come valore, nella forza della parola di Saviano, nella ricerca della verità che deve essere al primo posto, come giustificherà la scelta della santa alleanza? Citerà Montanelli e il suo "turiamoci il naso"?

LA VIOLENZA DEL GANGSTER
Caro Senatore, lei si rende conto che è a loro che bisognerà spiegare che per sconfiggere Berlusconi è necessario sedersi a tavola, sedia contro sedia, gomito contro gomito, con il cofondatore del Popolo della libertà, che non si chiama Paolo, che non ha viaggiato sulla strada di Damasco e che non è stato folgorato. Fini ha impiegato ben diciassette anni per convertirsi, ha impiegato diciassette anni per convertirsi, ha impiegato diciassette anni per capire che Berlusconi è un plurinquisito, e, per salvarlo dalla galera, si è reso disponibile a votare 39 leggi ad personam. E' stato colluso per diciassette anni con un, come lo ha definito Flores D'Arcais, "gangster al potere". Il presidente della Camera, sta vivendo un periodo difficile (lo strappo da Berlusconi, affari immobiliari da chiarire meglio, le volgarità dei giornali della famiglia del Cavaliere contro la moglie), sta provando sulla sua pelle la violenza del "gangster", come tanti altri prima di lui, in quei casi però, si è girato dall'altra parte e ha fatto la figura della bertuccia: non vedo, non sento, non parlo. Questo sarebbe il futuro alleato da proporre ai volontari delle feste? E' certo che non ci sia un alternativa al metodo Montanelli? Vogliamo parlare dei fatti accaduti nel 2001 al G8 di Genova? Qui neanche una pozione magica è in grado di giustificare la presenza di Fini (allora vice di Berlusconi alla presidenza del Consiglio), nella sala controllo della Questura, mentre la polizia per le strade eseguiva ordini che ricordano il Pinochet degli anni migliori. Ritorniamo alla tavola. Di fianco c'è Fini, e ci stiamo turando il naso, se di fronte capitano alcuni suoi camerati d'avventura come Enzo Raisi (quello che da anni lotta per far togliere dalla lapide, che ricorda le vittime del 2 agosto 1980, la dicitura: "strage fascista") o Fabio Granata (pupillo, insieme con il sindaco Alemanno, di Pino Rauti il fondatore di Ordine Nuovo), cosa consiglia di fare? Non crede che le alleanze potrebbero essere diverse se si ha la volontà di guardare da un'altra parte? Lei potrebbe dare l'esempio cominciando a dialogare con chi ha dimostrato di essere trasparente e senza scheletri nell'armadio, come Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Debora Serracchiani, Giuseppe Lumia, Beppe Giulietti, con il partito di Vendola e Fava, e soprattutto con la società civile che è stanca di assistere agli intrallazzi dei partiti. Forse non ci sarebbe bisogno di una tavola traballante sin dall'inizio e sarebbe una risposta a tutti quelli che da anni aspettano, come Nanni Moretti, che qualcuno dica qualche cosa di sinistra.
nella foto: Loris Mazzetti (giornalista)

20 ago 2010

FAREPASSATO

di Marco Travaglio

Sarebbe facile maramaldeggiare sui finiani di Farefuturo che, a 16 anni dalla cacciata di Montanelli dal Giornale che aveva fondato e non voleva trasformare in quel che è diventato, riabilitano il grande Indro. Facile irridere alla scoperta tardiva della vera natura del berlusconismo, un mix di "dossieraggio, ricatti, menzogna per distruggere l'avversario, propaganda stupida e intontita, slogan, signorsì e canzoncine ebeti". Facile farsi beffe di chi, dal 1994 a oggi, ha scambiato B. per un potenziale "grande politico e statista", un "leader atipico ma liberale". Facile ricacciare questa parte della destra italiana nelle fogne del neofascismo da cui molti suoi esponenti provengono. Facile, ma anche ingiusto. Per diversi motivi.
1) Il brusco distacco, non solo politico ma anche culturale, dal Caimano e dalle sue putride paludi non è roba da voltagabbana a caccia di prebende e poltrone: anzi, se cercassero quelle, i finiani sarebbero rimasti con B., ben protetti dai suoi scudi giudiziari e mediatici, anzichè offrire il petto ai suoi killer catodici e a mezzo stampa. Quando uno cambia idea, bisogna sempre controllargli la bottega e virificare si gli conviene o no. Ai finiani non conviene affatto, anzi conveniva restare dov'erano.
2) L'autocritica, almeno a giudicare dalle parole di Farefuturo, non è una disinvolta operazione di facciata, come quella di tanti che dall'oggi al domani cominciano a dire il contrario di quel che dicevano ieri, con l'aria spocchiosa dei maestri che hanno sempre ragione anche se hanno sempre avuto torto.
Farefuturo riscrive il recente passato, confessa un "senso di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa", riconosce che "oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea" e persino che "ha ragione chi dice: perchè non ci avete pensato prima?", infine ammette che "non c'è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Una vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore". Chi parla così merita un'apertura di credito: cioè di essere giudicato non da quel che ha fatto ieri, ma da quel che farà domani (specie in tema di libertà d'informazione e legalità).
3) I finiani non si limitano a difendere Fini, ora che il killeraggio colpisce lui (troppo comodo), ma hanno il coraggio di ricordare il punto più basso del regime: "Il pensiero corre all'editto contro Biagi, Luttazzi e Santoro". Citano cioè tre personaggi lontanissimi dal mondo della destra, che nel 2002 subirono insieme al loro pubblico l'affronto più sanguinoso: il divieto di lavorare in tv per averne fatto un "uso criminoso" (lesa maestà), divieto che per Luttazzi perdura tuttora.
4) L'autocritica non proviene dai killer, tutti rimasti per selezione naturale alla corte di B., ma da chi appunto ha taciuto per troppi anni sui killeraggi, senza osare "alzare la testa", e ora che lo fa ne assaggia le prime conseguenze.
5)L'autocritica dei finiani, per quanto tardiva, è comunque in anticipo rispetto a tanti "intellettuali" sedicenti "liberali e/o "terzisti" che da 16 anni tengono il sacco e fanno da palo a B. paraculeggiando e pompiereggiando con una finta indipendenza che è anche peggio del berlusconismo, perchè non ci mette neppure la faccia. Per non parlare dei dirigenti e delle teste d'uovo del centrosinistra "riformista" e della sinistra "radicale" che hanno screditato il valore dell'antiberlusconismo come "demonizzazione" e "giustizialismo", l'hanno sacrificato sull'altare delle bicamerali, del "dialogo" sulle "riforme condivise", delle ospitate a Porta a Porta e dei libri Mondadori, non riuscendo o non volendo immaginare una destra diversa da quella abusiva di B. e garantendo lunga vita a B. Oggi dovrebbe vergognarsi e chiedere scusa una vasta e variopinta compagnia. I finiani con tutte le loro magagne, lo stanno facendo mentre B. è vivo e potente. D'Alema & C. e il Pompiere della Sera aspettano il referto del medico legale.

13 ago 2010

L'IMPERO B.: SOCIETA' OFFSHORE, MILIARDI CRIPTATI E "VECCHI AMICI"

I finiani: "Il premier non ha mai chiarito le origini delle proprie ricchezze".
Le holding, Fininvest e le accuse di fondi neri.

di Antonella Mascali


Uomini molti vicini a Gianfranco Fini si dicono "sbalorditi" da un Berlusconi "sorpreso" per la minacciata controffensiva della pattuglia del presidente della Camera. "Siamo stati zitti finora per la lealtà alla maggioranza, ma adesso potremmo dire le cose di cui parla la sinistra con un peso maggiore perchè dentro la coalizione - avvertono gli ambienti più vicini al presidente della Camera - Basta con questa campagna martellante contro Fini, cominciata con l'editoriale di Feltri su presunti dossier a luci rosse. Anche perchè tutti hanno la consapevolezza che il presidente del Consiglio ha di gran lunga più problemi del presidente della Camera". Effettivamente il Cavaliere è preoccupato del possibile boomerang che potrebbe arrivargli addosso se insiste con la storia delle dimissioni di Fini. La parola "offshore" e "inizio della sua attività imprenditoriale" pronunciate dal deputato di Futuro e Libertà, Carmelo Briguglio, insieme a "chiarimento", devono avergli fatto capire che non può forzare la mano. Anche perchè lui non ha mai voluto chiarire un bel niente.

SILENZIO SUI BUCHI NERI
A cominciare dai 113 miliardi di lie confluiti nelle holding della Fininvest. Soldi, secondo la Procura di Palermo, la cui provenienza è dubbia. Berlusconi per questo filone d'inchiesta - scaturito da quello su Marcello Dell'Utri è stato indagato, ma gli stessi pm hanno chiesto e ottenuto l'archiviazione per insufficienza di prove. Il Cavaliere durante l'indagine avrebbe però potuto svelare il mistero sulle origini del suo patrimonio e invece, dopo aver preteso la trasferta dei magistrati a palazzo Chigi, nel 2002, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una circostanza definita allora da Ingroia "un'occasione mancata per il chiarimento di alcuni buchi neri, come quello dell'assunzione e dell'allontanamento di Vittorio Mangano (il boss di Cosa Nostra travestito da stalliere ad Arcore ndr), o dei bilanci delle holding Fininvest". Dai soldi "oscuri" ai fondi neri il passo è breve. E Berlusconi l'ha compiuto a metà anni '90 servendosi dell'avvocato inglese David Mills, un vero architetto delle sue società offshore che gli hanno permesso di accantonare centinaia di miliardi di lire, di evadere il fisco, di pagare mazzette, come i 21 miliardi a Bettino Craxi, di eludere la legge Mammì che all'epoca impediva a un editore di avere più di 3 televisioni. Berlusconi invece era anche l'azionista di maggioranza, occulto, di Telepiù. La sentenza di primo grado del processo Fininvest-Gdf del '96 ha stabilito che alcuni militari delle fiamme gialle si sono fatti corrompere proprio per non indagare sulle offshore del biscione. In appello e in Cassazione le prove per condannare Berlusconi non sono state ritenute sufficienti.
In secondo grado ha contribuito alla sua salvezza la falsa testimonianza di Mills del novembre '97. Sappiamo adesso che per quella, come per un'altra falsa deposizione, al processo All Iberian, gennaio '98, il legale ha avuto 600mila dollari. Ai giudici milanesi l'avvocato ha nascosto tra l'altro anche i reali beneficiari di "Century One" ed "Universal One", le due offshore intestate a Marina e Piersilvio Berlusconi, per decisione del padre. Un fatto che scopriranno diversi anni dopo i pm Fabio De Paquale e Alfredo Robledo.

LA LEGGE E GLI INGANNI
Maxi evasore, l'ha fatta franca anche con la sua legge che ha depenalizzato il falso in bilancio. E' stato assolto al processo All Iberian 2 perchè "il fatto non costituisce più reato", ma i bilanci erano truccati per 1500 miliardi di lire. I falsi in bilancio, conseguenza del vizietto delle offshore, hanno portato ad un altro processo: quello per la compravendita dei diritti tv di Mediaset. Ma grazie ad un'altra delle leggi ad personam, la ex Cirielli, che ha accorciato la prescrizione, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l'appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999. Restano in piedi quelle fino al 2003. Una costola di questa indagine è quella denominata "Mediatrade-Rti" in fase di udienza preliminare (tutto è bloccato sempre per il legittimo impedimento). Berlusconi è accusato di appropriazione indebita e frode fiscale. Mentre il figlio Piersilvio e il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri di frode fiscale. Secondo la procura di Milano, Mediaset avrebbe nuovamente falsificato i bilanci e gonfiato i costi per l'acquisto di diritti tv da major americane. I soldi, 100 milioni di dollari, sarebbero transitati su banche estere, e in gran parte, confluiti su conti riconducibili a Berlusconi e ad alcuni suoi manager. Contestate operazioni tra il 2002 e il 2005 ma a Piersilvio Berlusconi come presidente di Rti e vice presidente di Mediaset vengono imputate evazioni fiscali fino al 30 settembre 2009.

RUSSIA-LIBIA
Un'altra "arma" brandita dai finiani è quella di parlare di rapporti Berlusconi-Putin non di pura amicizia. L'allusione potrebbe essere, per esempio, a indiscrezioni circolate l'anno scorso quando Berlusconi andò nella sua dacia vicino a San Pietroburgo. Il premier avrebbe chiesto la prestazione di agenti segreti russi per proteggerlo da presunti complotti contro il suo governo. In quei giorni, ottobre 2009, l'allora presidente del Copasir, Francesco Rutelli ricorda che Berlusconi ha cancellato una "colazione ufficiale con in re di Giordania accampando un torcicollo" e pochi minuti dopo è partito per la Russia. "Mi chiedo se affronti affari che interessano il Paese o che lo interessano personalmente". Quanto ai riferimenti, sempre da ambienti finiani, ad affari Berlusconi-Gheddafi, il primo ad occuparsene è stato il quotidiano inglese The Guardian l'anno scorso con un articolo dal titolo "La Gheddafi-Berlusconi connection". Ovvero una società libica, Lafitrade, ha acquisito il 10% della Quinta Comunication, del produttore cinematografico Tarak Ben Ammar, amico di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, della famiglia Gheddafi. L'altro socio della Quinta Comunication, secondo il Guardian, è "con circa il 22 per cento", una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest. Inoltre Quinta Comunication e Mediaset possiedono il 25% a testa di una televisione satellitare araba, la Nessma Tv, che trasmette anche in Libia. Ecco perchè Berlusconi sembra voler abbassare i toni, lui che di ha sempre tenuti altissimi.

COMMENTO:
dopo una veloce letta all'articolo, non trovate alquanto ridicolo l'intestardimento di B. nei confronti di Fini per un misero appartamento a Montecarlo, quando lui.....con tutte queste popò di pendenze giudiziarie dovrebbe essere a dimora nelle patrie galere già da tempo? Italiani.....il prosciutto si mangia...non si mette sugli occhi.